venerdì 7 aprile 2017

SM 3945 -- A 50 anni dalla Populorum progressio

Il manifesto domenica 26 marzo 2017

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sembrano passati secoli, eppure sono passati solo cinquant’anni dal 1967, quando è stata pubblicata l’enciclica “Populorum progressio”, scritta da Paolo VI. Tempestosi e ricchi di speranze quegli anni sessanta del Novecento; si erano da poco conclusi i lavori del Concilio Vaticano II che aveva aperto al mondo le porte della chiesa cattolica; era ancora vivo il ricordo della crisi dei missili a Cuba, quando il confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica con le loro bombe termonucleari, aveva fatto sentire il mondo sull’orlo di una catastrofe; i paesi coloniali stavano lentamente e faticosamente procedendo sulla via dell’indipendenza, sempre sotto l’ombra delle multinazionali straniere attente a non mollare i loro privilegi di sfruttamento delle preziose materie prime; la miseria della crescente popolazione dei paesi del terzo mondo chiedeva giustizia davanti alla sfacciata opulenza consumistica dei paesi capitalistici del primo mondo; nel primo mondo studenti e operai chiedevano leggi per un ambiente migliore, per salari più equi, per il divieto degli esperimenti nucleari.
In questa atmosfera il malinconico Paolo VI aveva alzata la voce parlando di nuove strade per lo sviluppo. “Progressio”, ben diverso dalla crescita delle merci e del denaro, la divinità delle economie capitalistiche.
L’enciclica sullo sviluppo dei popoli diceva bene che "il fine ultimo e fondamentale dello sviluppo non consiste nel solo aumento dei beni prodotti né nella sola ricerca del profitto e del predominio economico; non basta promuovere la tecnica perché la Terra diventi più umana da abitare; economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all'uomo che esse devono servire".
La “Populorum progressio” metteva in discussione lo stesso diritto umano al "possesso" dei campi, dei minerali, dell'acqua, degli alberi, degli animali, che non sono di una singola persona o di un singolo paese, ma "di Dio", beni comuni come ripete papa Francesco nella sua enciclica “Laudato si’” e continuamente.
L’enciclica “Populorum progressio” indica diritti e doveri dei popoli della Terra divisi nelle due grandi “classi” dei ricchi e dei poveri, ben riconoscibili anche oggi: i ricchi, talvolta sfacciatamente ricchi, dei paesi industriali ma anche quelli che, nei paesi poveri, accumulano grandi ricchezze alle spese dei loro concittadini; i poveri che affollano i paesi arretrati, ma anche quelli, spesso invisibili, che affollano le strade delle dei paesi opulenti, all’ombra degli svettanti grattacieli e delle botteghe sfavillanti.
La “Populorum progressio” fu letta poco volentieri quando fu pubblicata e da allora è stata quasi dimenticata benché le sue analisi dei grandi problemi mondiali siano rimaste attualissime.
I popoli a cui l’enciclica si rivolge sono, allora come oggi, quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione “verso la meta di un pieno rigoglio”.
L’enciclica denuncia il malaugurato (dice proprio così) sistema che considera il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali corrispondenti. E condanna l’abuso di un liberalismo che si manifesta come "imperialismo internazionale del denaro".
In quegli anni sessanta era vivace il dibattito sulla “esplosione” della popolazione, in rapida crescita specialmente nei paesi poveri, e la domanda di un controllo della popolazione, resa possibile dall’invenzione “della pillola”, aveva posto i cattolici di fronte a contraddizioni. Paolo VI ricorda che spetta ai genitori di decidere, con piena cognizione di causa, sul numero dei loro figli, prendendo le loro “responsabilità davanti a Dio, davanti a se stessi, davanti ai figli che già hanno messo al mondo, e davanti alla comunità alla quale appartengono”. Il tema della “paternità responsabile” sarebbe stato ripreso nel 1968 dallo stesso Paolo VI nella controversa enciclica “Humanae vitae” e, più recentemente, da papa Francesco che ha detto che per essere buoni cattolici non è necessario essere come conigli. 
Il progresso dei popoli è ostacolato anche dallo “scandalo intollerabile di ogni estenuante corsa agli armamenti”, una corsa che si è aggravata in tutto il mezzo secolo successivo con la diffusione di costosissime e sempre più devastanti armi nucleari, oggi nelle mani di ben nove paesi, oltre che di armi convenzionali.
In mezzo secolo è cambiata la geografia politica; un mondo capitalistico egoista e invecchiato deve fare i conti con vivaci e affollati paesi emergenti, pieni di contraddizioni, e con una folla di poverissimi.
I poveri di cui l’enciclica auspicava il progresso, nel frattempo cresciuti di numero, sono quelli che oggi si affacciano alle porte dell’Europa per sfuggire a miseria, guerre fratricide, oppressione imperialista, per sfuggire alla sete e alle alluvioni, alla fame e all’ignoranza, quelli che i paesi cristiani non esitano a rispedire in campi di concentramento africani pur di non incrinare il loro benessere, magari dopo avere strizzato la vita e salute degli immigrati nei nostri campi. I pontefici dicano pure quello che vogliono; le cose serie sono i propri interessi e commerci.

Eppure è fra i poveri disperati e arrabbiati che trova facile ascolto l’invito alla violenza e al terrorismo; noi crediamo che la sicurezza dei nostri negozi e affari si difenda con altre truppe super-armate, con sistemi elettronici che si rivelano fragili e violabili, e invece l’unica ricetta, anche se scomoda, per rendere la terra meno violenta e più “adatta da abitare”, sarebbe la giustizia.

lunedì 20 marzo 2017

SM 3897 -- La macchina umana


Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Mai come in questi anni il problema del cibo, la gastronomia, la cucina, hanno occupato spazio nei mezzi di comunicazione, giornali, televisioni, nelle conversazioni, eccetera. Un po’ è il frutto benefico dell’esposizione di Milano dell’anno scorso, che aveva come tema: “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita”. A mio parere però poca attenzione è stata dedicata alla seconda parte dello slogan, anche se, a ben guardare il principale fine del cibo è proprio fornire energia al corpo umano, quella che permette ai muscoli pompare aria nei polmoni, di espellere i prodotti della respirazione, di far circolare il sangue, di sollevare pesi, di salire i gradini; anche se le occupazioni apparentemente sedentarie comportano un consumo di energia perché si muovono i muscoli anche per sfogliare un libro, per battere sui tasti di un computer, per stare seduti davanti al televisore. Poi vengono la gioia del nutrirsi, la convivialità, le mode alimentari e tutto il resto.
Ma prima di tutto il cibo viene bruciato nel corpo umano per liberare energia meccanica, proprio come la benzina nel motore di un’automobile. Tanto è vero che si parla di metabolismo umano, un termine che viene dal greco e indica proprio la trasformazione del cibo, la principale materia in entrata nel processo della vita umana.
Per vedere come funziona questa macchina umana, con quale rendimento il cibo si trasforma in energia, prendiamo, in prima approssimazione, una persona media, diciamo del peso di 60 chili, e come unità di tempo un giorno.
Tutti i numeri che seguono sono approssimati e servono solo a fini illustrativi. Per vivere ogni persona deve ingerire ogni giorno circa un chilo di alimenti, circa tre chili di acqua e circa un chilo di ossigeno (presenti nell’aria respirata); gli alimenti sono costituiti da varie sostanze nutritive solide e da acqua; le sostanze nutritive, come è ben noto, possono essere  carboidrati come zuccheri, amido, cellulosa, o grassi, come olio o burro, ma anche il grasso della carne, o proteine, le numerosissime e varie molecole azotate, costituite da amminoacidi, presenti nel pane, nella pasta, nella carne, nelle verdure, insomma praticamente in tutti gli alimenti.
Tutta la massa della materia entrata nel corpo umano si ritrova alla fine del processo, diciamo alla fine di una giornata, nella stessa quantità: l’acqua bevuta e quella presente negli alimenti, diciamo tre chili, si ritrova come vapore nei gas della respirazione e come liquido negli escrementi, il carbonio e l’azoto presenti negli alimenti si ritrovano in parte come anidride carbonica nei gas della respirazione, diciamo un chilo, e come sostanze solide negli escrementi liquidi e solidi, diciamo un altro chilo. Circa cinque chili di materia entrata nel corpo umano e cinque chili di materia uscita, e tutto per fornire al corpo l’energia necessaria perché possa muoversi, dormire, lavorare, fare all’amore, eccetera, per un intero giorno.
Quel chilo di cibo “mangiato” durante un giorno ha un suo “contenuto” di energia che si libera quando ciascuna delle molecole reagisce con l’ossigeno. La quantità di energia liberata da una unità di peso, diciamo un grammo, di ciascun ingrediente del cibo, misurata in chilocalorie (kcal) o in joule (J), risulta: carboidrati: 4 chilocalorie (16 chilojoule); grassi: 9 chilocalorie (37 chilojoule); proteine: 4 chilocalorie (16 chilojoule).
Adesso, per legge, il “contenuto” di energia di ciascun alimento deve essere indicato nelle confezioni: su una lattina di carne in scatola leggo: ”256 kJ/61 kcal” per 100 grammi; su una lattina di fagioli in scatola leggo: “367 kJ/87 kcal” per 100 grammi di “prodotto sgocciolato”. Il lettore non farà fatica a riconoscere l’equivalenza fra 1 chilocaloria e quattro (esattamente 4,2) chilojoule.
Adesso dovremmo essere in grado di valutare l’efficienza vera e propria dell’organismo umano sulla base del rapporto fra l’energia entrata col cibo e quella spesa per svolgere le operazioni vitali durante una giornata. Nell’esempio sopra riportato calcoliamo che il chilo di cibo, ipotizzato per soddisfare il fabbisogno alimentare di un giorno, abbia un “contenuto energetico” di 3000 chilocalorie, pari a 12 megajoule; la “produzione” di energia di una persona, sotto forma di lavoro muscolare, quando il corpo cammina, lavora, studia e dorme (anche quando si dorme si impiega energia), eccetera, si aggiri intorno a 0,5 chilowattore al giorno, pari a circa 2 MJ/giorno. L’efficienza della trasformazione risulta, così, di meno del 20 %, 2 MJ rispetto ai 12 ingeriti, abbastanza bassa. A titolo di confronto, ci vorrebbe l’energia di un’intera giornata di vita di una persona per spostare una automobile di appena un chilometro. Quando sentite dire “tu vali”, può darsi che una persona valga per l’intelligenza, per la bellezza, per le prestazioni sportive, ma dal punto di vista dell’efficienza energetica vale ben poco.
Tutta l’altra energia che il cibo ha liberato nell’organismo va “perduta” sotto forma di calore nei gas di respirazione, per scaldare il corpo e difenderlo dal freddo esterno, nel sudore, eccetera.
E così siamo arrivato alla condanna biblica del secondo principio della termodinamica; ogni trasformazione di energia fornisce energia utile sempre e soltanto in quantità inferiore a quella in entrata; il resto va dissipato nell’ambiente circostante. Forse è questa la punizione per aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza: si possono avere delle cose, ma soltanto meno di quanto ci si aspetterebbe.
Trattare il corpo umano come una macchina può sembrare irrispettoso, ma così vanno le cose dal punto di vista della materia e dell’energia. La condanna alla “perdita di energia” vale per qualsiasi “processo” o macchina che trasforma l’energia da una forma all’altra, dal calore all’energia meccanica, dall’energia meccanica all’energia elettrica, eccetera --- sempre con una efficienza inferiore al 100 %.
Per farla breve, le fonti di energia, comprese quelle alimentari, sono indispensabili per la nostra vita biologica e economica; usiamole e godiamone, ma nel goderne non dimentichiamo che bisogna sempre passare attraverso la porta stretta dell’efficienza, una grandezza sempre inferiore al 100 %; qualcosa si perde sempre: frasi come zero perdite, zero rifiuti sono puri inganni. La natura non da niente gratis.


giovedì 17 dicembre 2015

L'invitato di pietra della COP21

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

A proposito della conferenza COP21 di Parigi si sono sentiti tanti commenti, ma, a mio parere, ben poco o niente si è parlato del vero protagonista nascosto: le merci. Sono stati discussi e proposti strumenti fiscali, economici, incentivi e commerci per diminuire le modificazioni della composizione chimica dell’atmosfera dovuta alle emissioni di “gas serra”, come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto, composti organici alogenati, eccetera, e ai cambiamenti dei terreni agricoli e delle foreste. Si parla di circa 50 miliardi di tonnellate all’anno di gas serra: una parte viene eliminata dall’atmosfera trascinata dalle piogge nei mari; una parte contribuisce alla fotosintesi; una parte, circa 25 miliardi di tonnellate ogni anno, va ad aggiungersi ai circa 3000 miliardi di tonnellate di gas serra che già sono presenti nei 5 milioni di miliardi di tonnellate di gas dell’atmosfera. Tenendo conto del peso specifico dei vari gas, il volume dei gas serra nell’atmosfera aumenta ogni anno di circa due volumi ogni milione di volumi di gas totali (ppm in volume).

Tutti parlano di aumento della temperatura terrestre, del pericolo di avanzata dei deserti, di tempeste tropicali, di fusione dei ghiacciai, di aumento del livello dei mari, tutti guai dovuti principalmente alla domanda di energia la quale, a sua volta, dipende, direttamente o indirettamente dai combustibili fossili. L’energia non è una cosa astratta, ma “serve” per produrre merci (cemento o acciaio, grano o plastica, navi o telefoni mobili, eccetera) o servizi (mobilità o sanità, o istruzione; c’è energia anche “dentro” i libri o i banchi di scuola, eccetera). Per rallentare i cambiamenti climatici non è possibile diminuire i gas serra che già sono nell’atmosfera; si può solo aggiungerne di meno ogni anno e per fare questo ogni anno bisogna usare meno energia fossile.

Molti governanti cominciano ad essere spaventati dal fatto che i cambiamenti climatici comportano dei costi, necessari per risarcire i proprietari della case allagate, dei campi alluvionati, delle strade franate, e fanno arrabbiare gli elettori, e da anni si incontrano, senza successo, per arzigogolare qualche strumento fiscale o monetario o per incentivare qualche forma di energia che emetta meno gas serra: solare, eolico, o anche (chi si vede ?) nucleare. Senza contare che anche le macchine che producono elettricità o calore rinnovabili o con la fissione nucleare, proposti come soluzioni “decarbonizzate”, l’orribile neologismo, sono anche loro merci che, andando a ritroso nel ciclo produttivo che le ha fabbricate, hanno richiesto fonti energetiche fossili. Dall’albero della conoscenza non pendeva una mela ma pendevano barili di petrolio, sacchi di carbone, bombole di metano.

Alcuni paesi, e anche il nostro, stanno timidamente facendo qualche passo per cambiare le attuali tecnologie e gli attuali prodotti, per ottenere automobili, frigoriferi, plastica, dissalatori, centrali, abitazioni, che hanno richiesto o richiedono meno energia nella fabbricazione o nel funzionamento, che consumano un po’ meno energia per tonnellata di grano o per chilometro percorso o per chilo di cibo conservato al freddo o per metro quadrato di spazio abitabile; macchine o beni o servizi talvolta baldanzosamente pubblicizzati come “energia zero”. Niente è possibile ottenere senza energia; la natura non da niente gratis.

Altri passi avanti potranno essere fatti, soprattutto se progrediranno i metodi, ancora balbettanti, di corretta misurazione del “costo energetico”, cioè della quantità di energia richiesta per unità di peso o di servizio, una operazione che richiede il contributo della Merceologia, la scienza capace di descrivere i flussi di materia e di energia e la qualità delle merci.

L’auspicabile diminuzione del costo energetico delle merci è però neutralizzata dall’aumento della loro quantità, imposto dalle regole della società dei consumi e del profitto. Se i governanti avessero una sincera intenzione di rallentare gli effetti disastrosi, e costosi, dei cambiamenti climatici dovrebbero avere il coraggio di incoraggiare la diminuzione dei consumi di merci --- e quindi di energia --- anche a costo di disturbare gli interessi della maggior parte degli elettori, venditori di combustibili, fabbricanti di merci, padroni e lavoratori e commercianti e gli stessi “consumatori” intossicati dalla pubblicità, complici e vittime. Se i potenti della Terra non hanno voglia di mettere in discussione il mondo dei soldi e degli affari, si tengano le città allagate e i campi inariditi.


mercoledì 16 dicembre 2015

SM 2526 -- Robert Jungk (1913-2914), uomo del futuro

La Gazzetta del Mezzogiorno, 20 luglio 2004

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

A molti dei lettori di oggi il nome di Robert Jungk forse dice poco, benché si sia trattato di uno scrittore le cui opere hanno avuto un successo e un effetto grandissimi. Jungk era nato nel 1913 in Austria e aveva iniziato una fortunata carriera di giornalista; dopo l'occupazione nazista dell'Austria era dovuto fuggire in Svizzera dove aveva continuato a scrivere contro il nazismo passando un periodo anche in un campo di internamento svizzero. In questi anni ha potuto analizzare a fondo il destino e il futuro dell'umanità in un mondo dilaniato da stermini, massacri, dalla bomba atomica, dalla contrapposizione fra popoli e paesi.

martedì 30 settembre 2014

SM 3694 -- Corridori ciechi verso la catastrofe -- 2014

La Gazzetta del Mezzogiorno, 30 settembre 2014

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Se non fosse una cosa così seria verrebbe quasi da sorridere a pensare alle migliaia di persone che ogni anno da venti anni si trascinano da un paese all’altro a discutere senza risultati su come fermare i peggioramenti climatici. Da Berlino, a Kyoto nel 1997, a Marrakesh, a New Dehli, a Nairobi, alla fascinosa Bali, a Cancun, alla favolosa Doha, a Lima nel Peru, con un supplemento a New York la settimana scorsa. Sono ministri, capi di governo, funzionari ministeriali, esperti, ambientalisti e soprattutto lobbysti, quei funzionari che le grandi industrie mandano in giro ad accertarsi che non venga presa qualche decisione che danneggi i loro affari. Perché di soldi e di merci e di affari, si tratta.

martedì 1 luglio 2014

SM 3668 -- Un miliardo di insolent chariots -- 2014

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 1 luglio 2014

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Da poco tempo il numero di autoveicoli circolanti nel mondo ha raggiunto il valore di un miliardo, uno ogni sette abitanti della Terra. Tale numero comprende circa 750 milioni di autoveicoli passeggeri e circa 250 milioni di autoveicoli commerciali “leggeri”, definiti come quelli di peso inferiore a 3500 chili. A questi vanno aggiunti circa 400 milioni di camion “pesanti”. A occhio e croce si tratta di una massa di circa 3000 milioni di tonnellate di ferro, alluminio, gomma, plastica, e poi rame, cromo, vetro, vernici, eccetera, che circolano senza sosta nelle strade del mondo, che trasportano, lungo le strade e nelle città, persone, e poi merci, alimenti, benzina, macchinari, carta, legname, metalli, eccetera.

martedì 6 maggio 2014

SM 3654 -- I nuovi volti della lotta di classe -- 2014

Eddyburg 5 maggio 2014, http://www.eddyburg.it/2014/05/i-nuovi-volti-della-lotta-di-classe.html

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il pensiero marxista ha elaborato la teoria della lotta di classe, intesa come contrapposizione di interessi fra gruppi di persone, relativamente omogenee, appartenenti ad una ”classe”, appunto, per la conquista di diritti che un’altra classe negava. La “classica” lotta di classe si è svolta fra datori di lavoro e lavoratori nella società capitalistica. Il dovere dell’imprenditore capitalistico, anche in quanto appartenente ad una ”classe” di simili soggetti economici, era ed è l’aumento del proprio capitale monetario; per raggiungere questo fine egli deve dipendere da altre persone, da una “classe” di dipendenti ai quali “deve” essere pagato meno possibile la merce che tale classe vende, il lavoro, che deve “pesare” il meno possibile sui bilanci aziendali con richieste di sicurezza nel luogo di lavoro, di sicurezza sociale, eccetera.